Camarda e il rifugio Garibaldi

Nel 1880 il Club Alpino di Roma, guidato dal presidente, il Senatore Giacomo Malvano, e dall’infaticabile segretario, dottor Enrico Abbate, deliberò di costruire un rifugio sul Gran Sasso da utilizzare come punto di appoggio per i numerosi alpinisti, prevalentemente romani, che frequentavano le nostre montagne. Agli ingegneri Allievi e Mancini fu affidato l’incarico di redigere il progetto e fu chiesto all’ingegner Costanzo Ciarletta dell’Aquila di trovare un capomastro di provata esperienza, di Assergi o di Camarda, per l’esecuzione dei lavori.
La scelta di Ciarletta cadde su Romualdo Baglioni di Camarda, che aveva esperienza di lavori in montagna, avendo realizzato alcuni casali nella Valle del Vasto e nel bosco di Chiarino per i Marchesi Cappelli. Il CAI aprì una sottoscrizione per reperire la somma necessaria, stimata inizialmente in Lire 3500 e, dopo vari tentennamenti, stabilì di edificare il rifugio in località Campo Pericoli a quota 2231 metri.
Il 16 luglio 1884 l’ingegnere Allievi e mastro Baglioni sottoscrissero i Computi metrici sommari e la Relazione descrittiva in cui si stabiliva, tra l’altro, che i muri del rifugio dovevano essere fatti con “grosso pietrame sgrossata”, mentre la muratura a faccia vista doveva “presentare dappertutto la pietra, e non essere rinzaffata con malta”, e il pavimento realizzato con “lastroni di pietra spessore 0,15 e cemento”.
Romualdo Baglioni, noto e stimato a Camarda e nei paesi vicini, eseguì in sopralluogo preliminare a Campo Pericoli con persone che ben conoscevano il luogo, raggiungibile da Assergi seguendo il tortuoso sentiero che risale l’assolato Vallone della Portella e superando l’omonimo valico, a metri 2260, e capì subito le difficoltà alle quali andava incontro. Oltre a risolvere i grossi problemi logistici, doveva costruire l’alloggio per gli operai, individuare la cava di pietra, trovare i cavatori, gli scalpellini per squadrare le pietre, il fuochino per le mine, fare lo scavo in roccia, predisporre la fornace per la calce, approntare il cantiere col trasporto del legname e delle tavole. E poi doveva edificare il rifugio vero e proprio. Insomma un vero rompicapo. Durante la breve estate del 1884 oltre a prendere conoscenza della gravità dei problemi fece ben poco. E’ un Baglioni scoraggiato quello che scrive all’Allievi che “per straportare il legname ci vole una spesa straordinaria per il viaggio che è lunghissimo” – e conclude, preoccupato, a scanso di equivoci – “non vorrei vendermi la mia casa per farne un’altra”.
L’inverno successivo lo costrinse ad una forzata inattività. Ora tempo ne aveva per riflettere, per consultarsi con la guida di Assergi, Giovanni Acitelli; che conosceva benissimo l’alta montagna, per affrontare i problemi logistici e tecnici ben diversi da quelli incontrati nel costruire i casali dei Cappelli, ma Baglioni non era un uomo da gettare la spugna, era orgoglioso e ai nobili e altolocati romani, alcuni dei quali lo trattavano con sufficienza, avrebbe fatto vedere di che tempra erano i montanari abruzzesi. Con l’arrivo della primavera del 1885 era pronto con tanti di Camarda, di Assergi, perfino di Pietracamela, per vincere la sfida. Era pronto e altrettanto lo

Inaugurazione del Rifugio Garibaldi

erano i suoi paesani, la sua sconfitta sarebbe stata la sconfitta di tutti i valligiani. Furono tanti i camardesi che quell’anno tralasciarono la coltivazione dei campi per lavorare in cantiere e per trasportare i materiali necessari con lunghe file di asini. Perfino le donne dimorarono a Campo Pericoli per preparare i pasti agli operai, per trasportare in teste le pietre e la calce. Chi meglio di loro poteva farlo, abituate com’erano a portare con naturalezza la conca in testa con l’acqua attinta al fiume e alle sorgenti. L’inverno era stato assai rigido con abbondanti nevicate, al punto che il 16 giugno “non si pole traficare per la gran neve” scrive Baglioni all’ingegner Waldis, ma la perfetta organizzazione e la caparbia volontà sua e della sua gente consentì, nella breve estate del 1885, di edificare il rifugio con robusti muri in pietra squadrata e la volta con la copertura in cemento. Il grosso ormai era fatto. L’estate dell’anno successivo fu dedicata a rifinire la struttura, alla pavimentazione, all’arredamento e al rivestimento interno, ai muri esterni a secco di protezione, agli infissi e alle altra opere accessorie minori.
L’inaugurazione del Rifugio Garibaldi avvenne il 19 settembre 1886 con la partecipazione di numerose autorità e di 60 alpinisti provenienti da Roma e da varie sezioni del CAI, tra le quali quelle di Firenze, Bologna, Milano.
Romualdo Baglioni è stato di parola, ha mantenuto la promessa fatta e vorrebbe altrettanta solerzia dal CAI, perciò scrive lettere e va a Roma per sollecitare la liquidazione dei lavori eseguiti. Dalla numerosa corrispondenza intercorsa, scrive Alessandro Clementi, “esce una figura del Baglioni con chiaroscuri verghiani alla Mastro don Gesualdo estremamente sapidi e significativi di ambienti, di atmosfere, di malizie dettate dalla necessità di sopravvivere”. Ma Enrico Abbate, che non è tipo da farsi intimorire, scrive all’ingegner Waldis pregandolo di “dire al Baglioni che non abbia troppa furia . . . . egli ha saputo abbastanza bene seguire i nostri ordini nel costruire il Rifugio” – per questo, prosegue – “non come prezzo di costruzione ma come regalo potremmo aggiungere qualche decina di lire alla somma liquidata di L.4820. Se il muratore accetta il collaudo lo inviti a firmarlo . . .”.
Molto ancora ci sarebbe sulla vicenda descritta per sommi capi, sul luogo infelice scelto per edificare il rifugio e sugli sviluppi successivi che portarono alla costruzione del nuovo rifugio “Duca degli Abruzzi” sulla cresta del Portella, inaugurato nel 1908, su terreno concesso al CAI dal Comune di Camarda. Magari lo faremo in un’altra occasione. Speriamo comunque che il ricordo contribuisca a risvegliare l’interesse di coloro che ancora non conoscono i rifugi, soprattutto dei giovani che, con entusiasmo, dovrebbero frequentare le montagne dove i loro progenitori vissero come pastori e furono protagonisti indiscussi di una difficile ed esaltante impresa.

Antonio Muzi

Foto Garibaldi