Il Gran Sasso, la montagna dei due Papi
Il 25 settembre del 1929 il battesimo del "Picco Pio XI", il 18 maggio scorso l'intitolazione di "Cima Giovanni Paolo II". Così la catena del massiccio più alto degli Appennini può ben aggiungersi ai duemila calvari e croci che uniscono l'Europa. Tanti sono, secondo un recente censimento, i "Sacri Monti" presenti dai Pirenei agli Urali. Sacro Monte, appunto, Monte Calvario, Via Crucis: sono questi i nomi ricorrenti per le cime (di cui una sessantina in Italia) con croci sparse nel vecchio Continente. Nomi che però non sono presenti sul "tetto degli Appennini": nel Gran Sasso, manca, infatti, un monte "Sacro" in tal senso. Eppure montagna "Santa" lo era già annoverando tra le sue vette monte San Franco, Pizzo San Gabriele e Picco Pio XI appunto. Dal 18 maggio 2005 poi è  montagna Sacra a tutti gli effetti: nessun altro gruppo montuoso serba il ricordo perenne di due pontefici, anzi se vogliamo essere precisi di tre. Sì, tre papi, perché sulla cima Giovanni Paolo II (2424 m. slm.) è stata issata una croce in ferro con le immagini di Papa Wojtyla, al centro, e sui bracci quelle dei quattro protettori della città dell'Aquila: San Massimo, San Bernardino da Siena, Sant'Equizio e San Pietro eremita, meglio conosciuto come Papa Celestino V, un altro Pontefice che prima di essere eletto al soglio di Pietro a lungo dimorò nelle grotte della vicina Maiella.E' stata scelta, non casualmente, la data del 18 maggio, giorno del genetliaco dello scomparso papa Wojtyla, per intitolare ufficialmente una cima a Giovanni Paolo II. Da quel momento e per sempre, sulle cartine montane italiane,  il Gran Sasso conserva la memoria del Papa polacco: il Pontefice tanto amato e che tanto amava questi monti (gli ricordavano i suoi Tatra, i monti polacchi della sua gioventù) e che più volte lo hanno visto, in incognito, sciare o più semplicemente fare amene passeggiate sia d'estate che d'inverno. Ed era inverno, esattamente il 29 dicembre 1995, quando Karol Wojtyla scoprì San Pietro della Jenca. Pochi giorni dopo il Natale e soprattutto dopo un malore arrivò, in macchina, qui, 1166 m. di quota, per "riossigenarsi" e restò affascinato da questo piccolo borgo diruto, anzi disabitato da sette secoli,: fece appena in tempo a concorrere alla fondazione della città dell'Aquila. Da allora praticamente in piedi è rimasta solo la piccola chiesa, dedicata a San Pietro apostolo. Quella stessa chiesetta che il Santo Padre nell'inverno del '95 trovò chiusa, tanto è vero che pregò all'esterno (furono trovate tracce anche di una colazione e di un fuoco evidentemente acceso per stemperare i rigidi rigori dell'inverno), ma che poi visitò, sempre in forma privata, altre volte (nel frattempo gli fu inviata una copia della chiave). E dal prato antistante questa poco più che cappella rupestre è ben visibile un torrione roccioso ergersi nella lunga cresta che collega la cima delle Malecoste a Pizzo Cefalone. Uno sperone che gli alpinisti locali indicavano con il nome di "Gendarme" ma sconosciuto alla cartografia ufficiale.Una roccia battezzata ora con il nome di un'altra roccia, quella di un Vicario di Cristo, che per oltre cinque lustri, tra l'altro anche a cavallo di un millennio, ha predicato la pace in tutti e cinque continenti e a tutte le altitudini prediligendo, da buon amante della montagna, quelle più alte, come ha avuto modo di sottolineare il presidente generale del Club alpino Annibale Salsa, membro del comitato d'onore, appositamente istituito per l'evento e presieduto dal ministro delle Politiche agricole e forestali onorevole Giovanni Alemanno. Questi insieme al Comitato promotore, presieduto dal presidente del Cai aquilano, Aldo Napoleone, hanno tenuto a battesimo anche il "Sentiero Wojtyla", una mulattiera che dalla chiesuola di San Pietro alla Jenca (1166 m. slm.) si inerpica a 2424 metri dando l'opportunità ad un escursionista adeguatamente preparato di "usufruire" nelle quasi 5 ore di percorrenza e nei circa 1300 metri di dislivello (difficoltà: escursionista - faticoso nella prima parte poi spettacolare e aereo) di uno scenario su "due versanti" ricco di flora e soprattutto popolato di camosci. Poi in cima lo sguardo sarà rivolto verso l'alto - sono parole di Giovanni Paolo II proferite in occasione di una visita in montagna (per la precisione: sul ghiacciaio della Brenta, Monta Bianco, 8 settembre 1986, ndc) - verso le vette della grazia e della gloria, ma sarà volto anche all'artistica e pesante croce, quasi trecento chili per due metri e trenta di altezza, realizzata, su progetto dell'ingegner Fabrizio Cimino, dalla Icra Italia (parte in ferro) e dalle Ceramiche di San Bernardino (formelle iconografiche in bronzo) e issata dalla squadra degli elicotteristi del Corpo forestale dello Stato e dalla squadra aquilana del Corpo nazionale Soccorso alpino coordinate dall'alpinista Giampaolo Gioia.E a San Pietro della Jenca si erano radunate un migliaio di persone lo scorso 18 maggio per la doppia intitolazione che hanno ascoltato anche il bel "ritratto" di Giovanni Paolo II tessuto dal cardinale Josè Saraiva Martins nel corso dell'omelia alla Santa Messa che ha concelebrato. Il teologo della montagna, lo ha definito Martins usando un'espressione già coniata dal vescovo di Ventimiglia - Sanremo, Alberto Maria Careggio, che ci esortava a seguire "la via della contemplazione -  e il porporato riporta, invece, parole pronunciate da Giovanni Paolo II in occasione di una sua visita ufficiale a Campo Imperatore, altra località del Gran Sasso -, non solo come strada maestra per fare esperienza del mistero, ma anche quale condizione per umanizzare la nostra vista e i reciproci rapporti. Un'omelia in cui Martins ha ricordato, tra l'altro, la presenza della montagna nell'iconografia di tutti i secoli, come idea della santità connessa alle solitudini rocciose, poichè la montagna, prima ancora che un'altura fisica, è un simbolo spirituale. L'augurio di elevare lo spirito a Dio è stato auspicato per quanti sosteranno presso questa vetta anche da papa Benedetto XVI che, quasi in contemporanea, salutava i promotori dell'iniziativa. Un augusto saluto come lo era l'apostolica benedizione che l'allora Papa Pio XI impartiva a tutti gli intervenuti a Pietracamela per il battesimo del Picco a lui dedicato, alla presenza di una novantina di aquilani con "parecchie gentili signore e signorine" (si legge nella cronaca che partirono da Aquila, in quell'epoca il nome della città non aveva l'articolo,  alla volta di Pietracamela, provincia di Teramo, due grandi autobus e alcune automobili). Una novantina di aquilani contro il migliaio, se non più, dello scorso 18 maggio, ma i tempi sono cambiati: ciò che, invece, è immutata è l'ammirazione che la gente del Gran Sasso ha per i Papi amanti della montagna: Pio XI era un appassionato alpinista.